Il Blog di Jengafilm

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maggio: 2012
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Premi Venezia 67

Venezia 67, fine della Mostra

Qualcuno tirerà un sospiro di sollievo, altri piangeranno lacrime di coccodrillo, ma anche questa edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia e’ giunta al termine, mentre il Festival di Toronto aveva già iniziato a proporre la propria kermesse.
Partiamo dalla fine: Premi
Il Leone d’oro a Sofia Coppola e’ stato un abbaglio. La stampa lo ha cantato in coro e Tarantino senza molti complimenti ha strizzato i gioielli in diretta Tv. Il problema non e’ legato al sospetto italico di favoreggiamento legato al flirt passato tra Sofia e l’istrionico presidente di giuria; Sofia ha presentato un film discreto con alcune trovate autoriali, ma con un finale purtroppo banale. Almeno 3-4 film in concorso le erano superiori. La strategia di Tarantino di imporre il proprio ego ha anche stravolto una vecchia regola veneziana secondo cui non si assegnasse più di un premio a film. La regola e’ stata rotta per Alex de la Iglesia e poteva starci, ma per Essential Killing ci si e’ troppo allargati. Il film di Skolimowski ha vinto la coppa Volpi per il miglior attore con Vincent Gallo – grande prova fisica e psicologica, ma meno completa di Paul Giamatti, strepitoso in Barney’s version; in più si e’ aggiudicato il premio speciale della giuria, non scandaloso, ma comunque più ossequioso per la carriera del regista polacco che per le vette non raggiunte da questa pellicola.
La coppa Volpi per la miglior attrice e’ andata alla brava protagonista di Attenberg, Ariane Labed. Brava lei ed intelligente la regista Athina Tsangari nella costruzione del personaggio e del film intero. Si sperava in Alba Rorwacher, ma il film non e’stato apprezzato da Quentin.
Il bellissimo film russo Silent souls, favorito alla vigilia, deve accontentarsi di un riconoscimento tecnico per la fotografia.
Non e’ pensabile aver escluso film com 13 assassins o Detective Dee che hanno mostrato completezza stilistica in tutti i reparti o il profondo Post mortem. Ci si e’ invece affrettati ad inventarsi un Leone speciale per Hellmann, mentore di Tarantino ai tempi di Reservoir dogs – Le iene.
Cinema italiano in mostra e gli altri titoli.
I film italiani in concorso sono stati presentabili e diversi tra loro. Mazzacurati ha fatto un bel film di genere, ma inadatto alla Mostra di Veneziana, poco incline a ridere con i suoi vincitori. Martone ha fatto un film necessario, ma dalla struttura a puntate tv. Celestini ha proposto una storia funzionante, ma molto legata alla performance teatrale. Infine Costanzo e’ stato ingiustamente sottovalutato dai critici italiani, ma nonostante il suo buon film ed il piglio da Mostra del cinema, e’ lontano anni luce dai gusti del presidente. Altri italiani non in gara hanno mostrato doti interessanti e potevano meritare schermi più prestigiosi. Vallanzasca di Placido e’ un ottimo film, non celebrativo come qualcuno vorrebbe, ma mischia magistralmente l’action movie col cinema d’autore. Gorbaciof di Stafno Incerti, seppur non originale nella trama, si e’ presentato con uno stile fuori dai canoni italiani sorretto da un Toni Servillo internazionale. L’amore buio di Capuano, ha fatto giustamente incetta di premi secondari. E’ un film intenso, originale e necessario.
Infine due film che vedremo con piacere in sala saranno sicuramente Circus Colombia di Tanovic, un film impegnato, ma con uno sguardo originale e fresco. The town di Ben Affleck poliziesco americano non proprio strepitoso, ma con un cast stellare ed una buona sceneggiatura.

Gorbaciof, il cassiere col vizio del gioco

Gorbaciof, di Stefano Incerti con Toni Servillo

Vedere un film alle 09 del mattino, di per sè, non aiuta a coglierne le peculiarità. Tuttavia talvolta la fortuna aiuta gli audaci. Stefano Incerti, non più esordiente e dunque non collocabile entro Controcampo italiano e forse non così glamour per essere finalista a Venezia 67, presenta fuori concorso un film semplice e forse prevedibile nella trama(già assaporata ne Le conseguenze dell’amore) ma originale nello svolgimento.
Un ragioniere del penitenziario di Napoli, detto Gorbaciof per una vistosa voglia sulla fronte, trascorre l’esistenza solo, silenzioso, con nessun legame se non quello con un bar cinese nel cui retrobottega si gioca a poker. Lo stipendio di un impiegato del suo piccolo calibro non permetterebbe certi lussi se non ricorrendo alle risorse dei depositi dei parenti dei carcerati. La sua vita grigia e ripetitiva è rappresentata nei dettagli solo nei suoi atti quotidiani e nulla sappiamo del suo passato. Il bar cinese non nasconde soltanto una bisca clandestina, ma la figlia dell’anziano titolare. Tanto rudi e bruti sono gli ambienti di Gorbaciof quanto dolci e puri i movimenti e le forme della ragazza. Ne nascerà un amore che non ha bisogno di perdersi in traduzione. L’essenzialità della comunicazione di entrambi permette un riconoscersi immediato, quasi magico come se i loro mondi
fossero complementari. Sebbene ambientato nella Napoli della piccola malavita, tutto scorre lento e scarno nei dialoghi come in un film orientale. Delicato nei rumori, poche voci e musiche da film giapponese, merita un elogio la fotografia, prima delle riflessioni su Toni Servillo. Il lavoro fatto da Incerti con il direttore della fotografia Pasquale Mari è equilibrato e rigoroso, quasi fosse un film di Kim Ki-Duk.
Ecco finalmente il capitolo Toni Servillo. Sono convinto che negli ultimi 3-4 anni molte sue performance abbiano dimostrato il suo immenso valore di attore poliedrico anche se non tutte sono state eccelse. Qui Toni Servillo ricorda Al Pacino di Heat. Una maschera facciale unica che riempie qualsiasi silenzio, una camminata ed una postura perfettamente costruite sul personaggio e mai sbavate. Eccezionale, peccato non sia in concorso. La fine del film mette in scena ciò che ci si attende quando lo si attende, ma il modo è spiazzante come l’ultimo Scorsese.
Da vedere al cinema, un po’ difficile in TV. Intanto il Festival di Toronto lo include nelle proiezioni speciali.

La solitudine dei numeri primi

La solitudine dei numeri primi, di Saverio Costanzo

Attesa. Il film trasposizione dell’inaspettato successo editoriale di Paolo Giordano, “La solitudine dei numeri primi”, era atteso da mesi, da prima che il progetto fosse affidato a Saverio Costanzo. Per chi non lo conoscesse, dimenticatevi che sia figlio del Maurizio nazionale. Saverio ha già dimostrato con Private soprattutto, ma anche con In memoria di me, di essere un giovane autore (classe 1975) in grado di esprimersi con un proprio linguaggio cinematografico. E senza indossare una camicia coi baffi.

Un’attesa esagerata, opprimente con quei silenzi tesi palpabilissimi. “Partendo per Venezia, neanche il ferramenta ha avuto il coraggio di salutarmi” ha detto in conferenza stampa. L’attesa purtroppo porta con sé aspettative e pregiudizi. Mai ne avevo visti tanti alla proiezione stampa di stamane, con tanto di fischi fuori luogo finali.

Prima di paralre nel dettaglio del film, meritano due righe alcune considerazioni sul rapporto tra cinema e letteratura. La prima questione, ovvia, è se e quanto la versione cinematografica debba essere fedele al libro. La risposta oggettiva è unica ed è no. Sono due modi, di espressione prima e fruizione poi, così differenti che necessariamente debbono ricorrere non solo a tecniche, ma anche a ragionamenti strutturali e formali diversi. L’altra questione è se il pubblico debba necessariamente aver letto l’opera prima di sottoporsi alla visione. Qui comprendo che le scuole di pensiero siano differenti. La mia opinione è che un’opera cinematografica per dirsi compiuta debba iniziare e finire con la sua proiezione, ferme restando quelle che devono comunque essere le basi culturali del proprio pubblico che se le sarà formate necessariamente altrove.

Per chi non avesse letto il libro, ecco la sinossi.

I numeri primi sono divisibili soltanto per uno e per se stessi. Sono numeri solitari, incomprensibili agli altri. Alice e Mattia sono entrambi  “primi”, entrambi perseguitati da tragedie che li hanno segnati dall’infanzia: un incidente sugli sci per Alice, che le ha causato un difetto ad una gamba, la perdita della sorella gemella per Mattia. Quando da adolescenti si incontrano nei corridoi scolastici, si riconoscono. Crescendo i loro destini s’intrecciano in un’amicizia speciale, interrotta dal trasferimento in Germania di Mattia. Un serie di eventi li riporterà insieme per affrontare la domanda delle loro esistenze: due numeri primi, potranno mai trovare un modo per essere insieme?

Il film attraversa un ventennio (1984-2007) che mette in scena la crescita fisica, interiore e costellata da difficili relazioni di Mattia ed Alice. La sceneggiatura scritta in collaborazione proprio con Paolo Giordano, smonta il racconto che nel libro è cronologico e intreccia momenti attuali con momenti passati, mescolandoli e fondendoli come se fosse un unico flusso. Fotograficamente la resa delle mescolanze si realizza attraverso lunghi piani sequenza in cui la steadycam segue i personaggi di stanza in stanza e li lascia solo per ritrovarli nello stesso luogo in un tempo passato o futuro senza interruzioni. Ma qual’è il tempo del dolore profondo? Quello in cui la ferita sanguina, quello in cui te la sei procurata ed ancora non ti rendi conto della gravità o quello in cui la cicatrice richiama il dolore? A questa domanda Saverio sembra rispondere con una dimensione del tempo sospesa. Il dolore resta e permane luoghi e tempi, li invade nel presente scrollando il tempo passato che aveva cercato di lavar via le emozioni più sgradevoli.

Il merito che ha Saverio, e lo dimostra anche stavolta, è la sua capacità di lavorare sul fisico degli attori. Alba Rohrwacher e Luca Marinelli si sono sottoposti ad una difficile trasformazione – lei ha perso 10 Kg, lui ne ha messi su 15 – nell’arco di alcuni mesi, cosa che ha costretto a girare il film in due momenti distinti. Niente trucchetti cinematografici, come in un lavoro grotoskiano. Ad una straordinaria Alba e ad un buon Luca Marinelli, capace di rendere credibile un personaggio esternamente apatico, ma interiormente in eterno conflitto/sofferenza si segnala, come sempre, l’incisiva, seppur breve, presenza di Filippo Timi nel ruolo del clown. Irrinunciabile. Altra nota di merito, e mai parola è stata più appropriata, è la colonna sonora. Questo è un altro aspetto peculiare dello stile di Costanzo. La dimensione sonora nel film è presente e non è solo al servizio delle immagini, bensì è essa stessa materia densa di significato. I suoni d’ambiente perfettamente riprodotti, incidono con realismo i silenzi, necessariamente molti. I momenti musicali e strumentali, affidati a Mike Patton, sono precisi e non scontati e  forse, insieme agli attori, rappresentano la parte più convincente del film.

La solitudine dei numeri primi resta un buon film, ma con delle mancanze per essere un gran film. La troppa necessità di indagare i corpi ha tolto elementi alla storia, l’aver reso il momento del dolore un unicum ha appiattito il pathos e nutrito una onnipresente angoscia.

The Town

The town, di Ben Affleck

Fuori concorso, come è giusto che fosse, sotto un’acquazzone tropicale viene presentato il nuovo film di Ben Affleck, regista, attore ed autore. L’aitante ragazzo di Boston è al secondo lungometraggio da regista, dopo l’apprezzato “Gone baby gone”. Continua a scrivere una storia ambientata a Boston dopo il notevole successo ottenuto con “The Good will Hunting”, Genio Ribelle, che è valso a lui ed al collega Matt Damon un Oscar per la miglior sceneggiatura originale.

Trama

Ogni anno a Boston ci sono più di 300 rapine in banca e la maggior parte di professionisti vive in un miglio quadrato, un quartiere chiamato Charlestown. Uno di loro è Doug Mac Cray (Ben Affleck), che a differenza degli altri ha avuto la sua occasione per evitare di seguire il percorso criminale del padre, ma è divenuto comunque il capo di una banda di pericolosi rapinatori. Sono loro l’unica famiglia di Doug, e Jem (Jeremy Renner) il più duro e suscettibile, è quasi un fratello per lui. Le cose cambiano con l’ultima rapina. Rapiscono per breve tempo una giovane dirigente di una banca, Claire Keesey(Rebecca Hall), che si scopre abitare proprio a Charlestown. Doug decide di seguirla prima che se ne occupi Jem e dall’incontro apparentemente casuale scocca la scintilla per entrambi. Quando Doug decide di scappare con Claire e mollare tutto deve fare i conti con l’agente Frawley (Jon Hamm) dell’FBI che gli sta alle costole e con Jem che si sentirebbe tradito.

The Town è ispirato al romanzo “The Town – il principe dei ladri” di Chuck Hogan.

E’ doveroso premettere che la lingua originale ed un certo background su Boston sono necessari perché la comprensione del film possa essere completa. Boston, città famosa per essere la capitale culturale d’America, non è solo Capitol Hill, Harvard o i Boston garden. Esistono alcuni quartieri ghetto, difficili, dove i tassisti non ti ci portano. Quartieri di immigrati come Dorchester o quartieri periferici di irlandesi che non hanno fatto molta fortuna come South Boston, l’ambiente di Genio Ribelle. The Town è ambientato a Charlestown che è nel mezzo della propria trasformazione tra l’essere un quartiere degradato e un nuovo centro residenziale per yuppie o townie, come vengono soprannominati quelli che dal centro si spostano a vivere nei graziosi edifici ristrutturati del quartiere, che stridono con le decadenti case di legno dove vive chi vi è nato. La sceneggiatura scritta a sei mani con Peter Craig e Aaron Stockard, è precisa, quasi da manuale di sceneggiatura americana per ritmo, imprevisti subplot circolari.

Il film si svolge come un poliziesco moderno intriso di azione dalle soluzioni complesse (il pubblico ed anche i personaggi del film sono ormai abituati ai vari CSI) cercando di lavorare in parallelo sulle intricate relazioni tra personaggi. Le scene d’azione sono mozzafiato, girate sia classicamente con molti tagli che con lunghe sequenze in punto di vista (macchina da presa sull’automobile che fugge). I dialoghi ispirati ai veri abitanti del quartiere sono verosimili e così tutti i personaggi che vivono The Town sono ben sviluppati e messi in scena. D’altra parte, oltre ai già citati Affleck, Renner, Hamm e Hall, si aggiungono Pete Postlethwaite, Blake Lively e Chris Cooper, tutta gente che ha salito molti gradini per ricevere premi prestigiosi. Il premio al cast intero sarebbe meritatissimo. Su tutte emergono le prestazioni di Jeremy Renner e Rebecca Hall, perfetti nel rendere i diversi stati d’animo senza esagerare in caratterizzazioni teatrali.

The Town, che fa l’occhiolino a The Departed e Genio Ribelle – e secondo Ben Affleck anche a Gomorra per la parte quasi documentaria sul quartiere – è un film riuscito, da vedere, ma non sarà un film indimenticabile per almeno due ragioni ed è un peccato. La prima ragione è Ben Affleck. Uno che può permettersi tutto – dalla recitazione alla scrittura – ma che se vuole caricarsi il film sulle spalle come attore dovrebbe farsi dirigere. E’ bravo, ma non indimenticabile. L’altra ragione, percepita più da noi europei, è la velocità di sintesi nelle reazioni emotive. Sono tutte precise per recitazione e scrittura, ma in fase di regia necessiterebbero di più tempo. Più silenzi, più avvicinamenti di macchina lenti. D’altra parte Ben Affleck non è Scorsese.

Critici

Strumento da prendere con le pinze

Questo articolo lo covo da molto tempo, almeno da due anni. Spesso leggiamo sui giornali interviste a registi e filmmaker, anche famosi e navigati, che si lamentano delle critiche ricevute dal proprio film. Per formazione personale, sono portato a pensare che sia sempre il lato permaloso ed indifeso di noi ad essere naturalmente sollecitato a difendersi come una contraerea automatica da qualsiasi agente esterno atto ad offenderci. Ad offendere la nostra autostima. Quando l’accusa o critica è fondata e posta con garbo, penso sia, non solo legittima, ma anzi aiuti a crescere. Allora la domanda da farsi diventa a chi è permesso criticarci? A chi è permesso criticare un film? La risposta è, in regime di semilibertà di espressione quale quella dell’Italia del 2010 (e non solo per ragioni governative), tutti quelli in grado di formulare un pensiero critico con cognizione di causa.

Ieri in fila alla sala Darsena, una delle due sale dove avvengono le proiezioni più temute perché dedicate alla stampa, un giornalista del Corriere della sera si avvicina ad una collega e platealmente le dice “me so’ fatto du palle tutto il tempo. Battute scontate, film noiosissimo”. Non dico di che film si trattasse, ma non è importante. Questo linguaggio da conversazione viene portato, leggermente modificato, sulla carta stampata. A cosa serve a pubblico e regista un commento del genere? Lo sento malvolentieri al bar dove si può liberamente ergersi a critici di più argomenti, anche complessi, nell’arco di poche decine di minuti. Non lo sopporto da un profesisonista. Oggi sono tutti schiavi di stelline, palline e ammenicoli vari, dove indicare bello o brutto decretando la vita o morte distributiva della pellicola. Se leggeste Variety di oggi, su oltre dieci testate interpellate per stabilire le stelle da assegnare ai film fin qui visti alla Mostra, scoprireste come, a parte in un paio di casi, le differenze siano demenziali. Cosa si pensa di un pubblico di professionisti che assegnano allo stesso film da una a cinque stelle!  Mettiamo che io torni al Liceo e faccia un compito d’italiano e che questo venga fatto valutare da 10 docenti di lettere diversi. Come reagirei sei mi fossero assegnati voti dal 2 al 10?

I giovani critici alle prime esperienze sono spaventatissimi qui alla Mostra. Non hanno la possibilità di sapere prima quante stelline Mereghetti abbia assegnato al film e dunque si esercitano in studio approfondito del linguaggio del corpo, un po’ come fa Tim Roth in Lie to me, per estrapolare i giudizi dei più navigati. Quello che comunque innervosisce è la superficialità di alcuni, i pregiudizi politici di altri e quelli di nome o nazione di altri ancora. Si annota prima la distribuzione, il regista ed il genere e poi, con già dei preconcetti solidi, si guarda il film. Se sei italiano sei peggio a priori di un islandese sconosciuto. Infine mi scalfiscono la pazienza, anzi me la demoliscono,  quelli che anziché utilizzare le proprie conoscenze cinematografiche al servizio dello spettatore  le mettono al servizio del proprio autoreferenzialismo intellettuale.

Nonostante ciò, la critica è fondamentale per pubblico e autori. La cultura cinematografica profonda e di difficile formazione è un servizio prezioso che permette di comprendere davvero in profondità l’originalità e l’estetica del lungometraggio. Chi è in grado oggi di poter dire di essere originale e moderno senza aver rubato da altri? I critici, cinefili veri, servono a questo. Lunga vita a loro, se ancora esistono.

Attenberg

Attenberg, di Athina Rachel Tsangari

Marina, una ragazza di ventitrè anni, vive con il padre, un architetto, in una città industriale sperimentale sul mare. Trovando la specie umana strana e repellente, se ne tiene lontana. Invece la osserva testardamente attraverso le canzoni dei Suicide, la serie di documentari sui mammiferi di Sir David Attenborough e le lezioni di educazione sessuale impartite dalla sua unica amica, Bella. Uno sconosciuto arriva in città e la sfida ad una gara di calcetto, sul tavolo di lei. Suo padre intanto si prepara ritualisticamente a lasciare il XX secolo, che considera “sopravvalutato”. Invischiata tra i due uomini e Bella, la sua aiutante, Marina indaga i meravigliosi misteri della fauna umana.

Tanti parlano di crisi economica che sta facendo crollare anche il mondo del cinema. Attenberg, film greco, dovrebbe esser mostrato a tutti i cineasti indipendenti senza soldi e con la legittima aspirazione di fare il primo film. Quattro attori che estesi ai figuranti diventano sette e una decina di locations molto semplici. Athina Tsangari riesce laddove molti esordienti falliscono. Racconta una storia di scoperta umana semplice con un punto di vista originale. Marina, la protagonista ventitreenne, ha sempre vissuto solo col padre architetto e condiviso l’amicizia di un’amica smaliziata e più grande.  Il villaggio sul mare in cui vive è un luogo che in estate potrebbe essere un’ambita meta per le vacanze, mentre in inverno si mostra come un quasi non luogo, freddo, disabitato e vitale solo grazie ad un insediamento industriale.

Grazie al padre con cui si confronta senza timore, Marina acquisisce una forma mentis di una razionalità sperimentale quasi esasperata. Come in un documentario di Attenbourgh affronta le sue prime tardive esperienze sessuali scoprendo che in lei non tutto è come si aspettava. Il mistero dell’amore e quello della morte, che il padre affronta lucidamente, le si abbattono addosso con esito formativo anzichè distruttivo. La macchina da presa indaga le esperienze di Marina con molta pulizia e fermezza. I movimenti sono ridotti al minimo e mai carrellati. La fotografia grigia, ma non sporca nonostante il formato (credo sia in 16mm), dà al film un sapore documentaristico autentico.

Attenberg non è solo esercizio intellettuale come se fosse l’esperimento della regista sui suoi piccoli personaggi, ma è film completo anche grazie ad una narrazione lenta, ma non scevra di situazioni comiche non casuali. Queste sono la naturale completezza del personaggio principale che nelle proprie indagini comportamentali coinvolge tutti i suoi vicini umani. I cineforum e cinema d’essai dovrebbero mostrarlo senza esitazioni.

“Esiste  più di una concreta e reciproca comprensione quando scambi un’occhiata con un gorilla più di quanto non avvenga con un qualsiasi altro animale. Se, dunque, vi fosse la possibilità di evadere dalla dimensione umana e di vivere  con la nostra fantasia nel mondo di un’altra creatura, questo sarebbe il mondo del gorilla”. Sir David Attenborough, La vita sulla terra.

Essential Killing

Locandina Essential killing

E’ stata una visione strana, che mi ha lasciato turbato e perplesso. Partiamo questa volta dalla sinossi, così come è proposta dalla cartella stampa.Catturato dall’esercito Americano in Afghanistan, Mohammed viene trasportato in un centro di detenzione segreta in Europa. Durante il trasporto il veicolo su cui è bordo  cappotta a causa della neve e del manto stradale ghiacciato. Mohammed si trova improvvisamente libero in un luogo a lui sconosciuto, la neve e la foresta. Inseguito incessantemente da un esercito che ufficialmente non esiste, il fuggitivo dovrà confrontarsi con la necessità di uccidere per sopravvivere.

Leggendo le note di regia, il cineasta polacco più famoso, Jerzy Skolimovski, afferma di essere stato indotto a scrivere questo soggetto per due ragioni. La prima è che vive piacevolmente lontano dalla città ai margini della foresta e ciò gli suggeriva scenari e situazioni cinematograficamente stimolanti. La seconda ragione è fortuita. Lui che è sempre stato politicamente esposto, scopre che a meno di 20 km da casa sua c’è una base della CIA appena installata. Così la fantasia di Skolimovski genera questa storia dai tratti incompleti. La parte politico-militare sembra il tema conduttore nel primo quarto d’ora del film con forti semplificazioni e dei soldati americani e delle visioni deliranti del protagonista, il quale sente spesso nella sua testa una voce che impartisce gli insegnamenti del Corano accompagnati da immagini sfocate della sua terra natia. Il film prosegue poi come se il protagonista fosse nella stessa situazione di Chick Noland di Cast away, solo contro le durezze di una natura a lui completamente estranea fatta di foresta, neve abbondante e temperatura abbondantemente sotto lo zero. Qui purtroppo ci sono troppe scuse da sciogliere. Non sappiamo se Mohammed sia o meno un terrorista, non sappiamo nulla della base CIA in Europa, ma servono solo per giustificare la fuga. Fuga che in certi momenti diventa sosta ripetitiva più noiosa che angosciante.

Una fotografia eccellente, una regia consapevole ed un interprete all’altezza come Vincent Gallo (che ha patito fisicamente molte situazioni) non bastano per decretare la riuscita di questo film.

Da segnalare questa battuta registrata in sala a metà del film “Io non gliela fo’ più. Se no je sparano loro, mo’ je sparo io”.

L’amore buio

Locandina de L'amore buio

Napoli, dei ragazzini adolescenti di periferia si divertono tra tuffi in mare e zig zag con i motorini. Una sera, in quattro su due scooter, incrociano una ragazza poco più grande di loro che sta rincasando a piedi a pochi metri dalla propria abitazione. Da gioco di battute si passa velocemente alla violenza carnale. I quattro vengono individuati e mandati in riformatorio. Ciro, il più sensibile, non riesce più a dormire e comincia a scrivere lettere e poesie.

Antonio Capuano qui a Venezia selezionato nella sezione indipendente de Le giornate degli autori, presenta un film intenso e interessante da mostrare alle ultime classi delle scuole superiori. Anziché indagare soltanto le enormi difficoltà della ragazza traumatizzata decide di portarci anche in riformatorio cercando di comprendere, senza giustificare, un personaggio dalle origini complesse e dal destino ineluttabile. Il film segue i percorsi di riabilitazione paralleli dei due, immersi nelle rispettive comunità, ma silenziosamente sofferenti per l’impossibilità ed incapacità di comunicare il proprio dolore.

Il merito principale dell’autore è di riuscire a farci entrare nel mood denso di sensi di colpa, incomunicabilità, tensioni latenti e di raccontare una storia che trova nella parte centrale i suoi momenti migliori è più completi compresi i dialoghi credibili e talvolta divertenti. La fotografia non è sbalorditiva, molto satura, nel complesso discreta. Il film ha un’unica pecca nell’ incompletezza finale del personaggio femminile. Mentre Ciro è sfaccettato e corente al punto da farci entrare in empatia  nonostante le sue gravissime colpe, Irene ha pochi sussulti, la sceneggiatura non va al di là della sua sofferenza se non con forme troppo implicite e per questo risulta parzialmente incompleta anche la parte finale della pellicola. Nel complesso comunque un film interessante e sincero.

Vallanzasca – gli angeli del male

Vallanzasca - gli angeli del male

Finalmente la Mostra propone un film anticipato da italiche polemiche. Italiche nel senso che la poitica da parrucchiera si è subito lanciata ad accusare l’autore, Michele Placido, di voler proporre una versione romanzata ed eroica di un ergastolano tuttora in vita. Non me ne vorranno le operatrici tricologiche, ma nei loro saloni, come nei salotti Vespasiani della RAI si tende a discutere di tutto senza aver, non dico approfondito, ma almeno letto due righe sull’argomento. Nel caso del film di Placido si è giudicato prima di aver visto.

Il film ritrae uno dei più famosi banditi della recente storia italiana, Renato Vallanzasca (Kim Rossi Stewart) che negli anni ’70 sconvolse Milano e divenne protagonista di diverse fughe dalla detenzione. Durante quegli anni il suo bel volto ed i suoi modi disinvolti fecero innamorare diverse donne, tanto che i giornali da allora in poi lo soppranominavano il bel Renè.

Il film non esalta Renato Vallanzasca come se fosse Robin Hood o Arsenio Lupin. Purgatori e Placido, sceneggiatori della pellicola con Kim Rossi Stewart, hanno farcito la biografia del personaggio romanzandola piuttosto che renderla un freddo documentario su una storia peraltro di per sè interessante. Lo sviluppo del personaggio, protagonista assoluto esaltato da un grande Kim Rossi Stewart, si rivela completo. Si avvertono nitidamente le differenti sfaccettature di un ragazzo prima e di un uomo poi, che è nato per compiere rapine e che coltiva un proprio senso della giustizia. Ciò non significa che questo lo redima, anzi i suoi atti diventano sempre più violenti e gran poco idealisti.

Si sapeva almeno da Romanzo Criminale che il film di gangster all’italiana Placido fosse in grado di farlo. Con Vallanzasca ci si trova dinnanzi ad un film meno d’azione, meno complesso nell’intreccio, ma questo anzichè essere demotivante, permette al regista il miglior sviluppo dei personaggi, su tutti Vallanzasca, ma non solo. Il cast è è la sorpresa positiva del film. Oltre al già lodato Rossi Stewart, si ripete Filippo Timi nell’essere incisivo nel ruolo del complice più balordo e tossicodipendente, e Sciarra che interpreta il boss Turatello che diventerà suo amico in carcere. La fotografia di Catinari sa affrontare le differenti esigenze temporali, dagli anni ’70 agli ’80 esaltando il film soprattutto negli interni e nelle sequenze buie, sempre equilibrate.

Un ottimo film, uno dei migliori della Mostra

La Passione

La Passione, dal 24 settembre al cinema

Mi sono sempre domandato quali fossero le barriere che non permettono alle commedie italiane degli ultimi anni di travalicare i confini o comunque di non aver successo confrontandosi con platee straniere. Nella maggior parte dei casi la causa non è da ricercare nei differenti umorismi che contraddistinguono popoli e culture. Molte pellicole nostrane soffrono del localismo delle battute, del vissuto comune sempre autoreferenziale e mai universale. Il difetto peggiore di molti sceneggiatori di commedie italiane si rivela in dialoghi che fanno riferimento alla nostra strampalata Tv nazional-popolare incluse frasi ed atteggiamenti volgari da bar di paese. Il cinema di Mazzacurati, fin da Notte Italiana, si è sempre messo di traverso, senza cedere alle facili scorciatoie che il mestiere e l’esperienza suggeriscono, soprattutto se guidate dal produttore. Per questa ragione ha pagato lo scotto di esser considerato un buon regista, ma troppo pacato, uno che sussurra anzichè urlare le proprie idee. Non è un caso che scelga attori come Silvio Orlando è interessante senza avere un fisico affascinante od una voce impostata. Sceglie Battiston, attualmente uno dei più completi attori in circolazione, capace di far ridere e commuovere sia al cinema che a teatro. Se avete occasione andate a vedere a teatro il suo Orson Wells.

E dopo questo preambolo, veniamo al film.

Gianni Dubois (S.Orlando) è un regista sui cinquanta in crisi d’ispirazione. Nel momento del tracollo gli capita l’ultima occasione, una giovane stella della TV (C.Capotondi) chiede che sia lui a dirigerla. Purtroppo non ha alcuna idea per un soggetto e nel poco tempo a sua disposizione capita un imprevisto. Una perdita d’acqua in un suo appartamento in Toscana intacca un affresco del ‘500 dell’adiacente chiesetta. L’unico modo per evitare la denuncia alle Belle Arti da parte di sindaco (S.Sandrelli) e assessore (M. Messeri) è cedere al loro ricatto, ovvero dirigere la sacra processione del venerdì Santo. Il tutto in quattro giorni, gli stessi che gli rimangono per proporre una storia convincente prima di essere licenziato definitivamente. In soccorso di Gianni giunge la Provvidenza facendogli incontrare Ramiro, ex carcerato con la passione per il teatro. Di fatto per Dubois arrivare in fondo sarà una vera via Crucis, non senza incontri importanti come la barista polacca (Kasia Smutniak).

Di soggetti che parlino di registi in crisi sono piene tutte le case di produzione. Moltissimi sono divenuti film, la maggior parte poco riusciti perché troppo lontani dal pubblico. Alla squadra di sceneggiatori Mazzacurati, Pettenello, Cantarello si aggiunge Doriana Leondeff (Pani e tulipani, tra gli altri). L’alchimia funziona. Anziché soffermarsi troppo sui meandri dell’insoddisfatta psiche umana d’artista, prendono una direzione differente, basata sul puntellare il tempo con eventi, personaggi e battute da commedia universale. Orlando è una scommessa sempre vinta, e quindi ci piace fermarci ad esaltare la figura di Ramiro. Un aiutante eroico ed imprevedibile, interpretato da un Battiston non solo caratterista, ma anche carattere introspettivo. Mazzacurati regista, sa descrivere le peculiarità dei territori a lui cari e dopo il Veneto la Toscana è la terra che conosce meglio. Ciò significa che sa come far parlare quei personaggi di contorno che rendono credibile la situazione del film

Memorabile l’anziana in bici sotto la pioggia che individuato l’anchorman delle previsioni del tempo, fradicio lungo la strada gli urla “bello fino a giovedì, bello di tu mà”.

Una Toscana ritratta nella fotografia di Luca Bigazzi con vivacità, contrasti forti alternati a situaizioni più evocative, come la scena delle tre croci viste dalla quinta del campo di grano al calar del sole. Splendida. C’è spazio anche per un Corrado Guzzanti caratterista non posticcio, che interpreta uno strano predicatore televisivo specializzato in previsioni del tempo. Cristiana Capotondi se la cava bene nell’essere una star tv in ascesa e molto capricciosa. Qualcuno malignamente ha scritto sulla bacheca di Gianni Ippoliti che finalmente le hanno fatto interpretare se stessa.

Tutto ci compie in tempi e modi fluidamente concepiti e realizzati ed anche se il finale è scontato nell’oggetto è ben reso nella forma.

Diceva Steven Spielberg “molte volte lascio la sala cinematografica perplesso, come accade con certi pranzi ben presentati ed elaborati, ma che non sanno appagarti. Preferisco che i miei spettatori se ne vadano soddisfatti, a stomaco pieno”.

Caro Steve eccoti servita una Chianina inaffiata con del Chanti. Non sarà nouvelle cousine, ma ne vale sempre la pena.

Happy few

Happy few

I film francesi sono sempre insidiosi sulla carta. A parte lo straordinario caso di Amelie e di altre recenti commedie come Giù al nord, se uno leggesse la sinossi di un film transalpino preferirebbe trascorrere due ore con un gioco in scatola. I francesi però sono maestri proprio in questo, nel farci stare davanti al grande schermo senza la necessità di una sceneggiatura di ferro o di shakespeariane costruzioni.

Questo preambolo è per giustificare e condannare alcune mancanze o peculiarità del film di Cordier. Il solito triangolo lui-lei-l’altro qui è un quadrilatero, ovvero io, mio marito, lei e suo marito. Due coppie sulla trentina si incontrano e si appassionano gli uni agli altri. Dormono assieme, passano le giornate assieme.Tra l’esperimento, il gioco e le mancanze vivono immersi nella scoperta dell’altro partner, senza regole nè gelosie.

Il giocattolo però si rompe, servirebbero regole da inventare e non sarà semplice uscirne o restare.

L’autore Antony Cordier, ci presenta un gioco psicologico più che sessuale, benchè le immagini di attività sessuali rappresentino una parte consistente del film. Il rischio che l’esperimento finisse nell’esasperazione scontata di cui far cadere vittima uno o più dei personaggi coinvolti era molto alto. L’autore però ne esce vincente sconvolgendo alcuni clichè di questo genere di plot.

L’io narrante viene ribaltato più volte, ed è reso metaforicamente con le immagini delle due coppie che giocano girando attorno ad un tavolo da ping pong.

La protagonista, Marina Fois, che in realtà è tale solo in principio e fine di pellicola, pensa al fatto che “nella vita anche se sei felice, speri sempre che accada qualcosa, qualcosa di diverso”.

Nella sua irrompe casualmente un uomo che non la trascina ma la accompagna in uno scorrere di occasioni di trasgressione che lei ha sempre desiderato ed annotato in un diario. E’ come se tenesse una porta socchiusa ed il primo curioso potesse sbirciarvi dentro per far parte del suo mondo nascosto. Da subito il loro incontro è un incontro allargato agli altri rispettivi partner, uno scambio di coppia, in senso solo sessuale negli accordi. Con lo scorrere del tempo tutti avranno il loro momento di ebbrezza, di dubbio e di gelosia isterica. La visione originale dell’autore è riuscita nel mostrare che alla stessa situazione si possa partecipare per gioco, per esperimento ed anche per bisogno di tradimento.

Dal punto di vista delle immagini il sesso, inteso come scene di atti sessuali completi, occupa gran parte della pellicola, ma rarissimamente è erotismo o morbosità sovraesposta, è piuttosto un gioco a tempo dove i corpi sono sempre già svelati perchè il sesso è solo una scusa, un atto liberatorio per conquistare altro.

Le scelte registiche sulle musiche un po’ rattoppate in alcuni punti e fuori tema in altre e la macchina a mano onnipresente a volte sicura altre sballata, lasciano disorientati.

Nel complesso è un film compiuto, nonostante le mancanze sopraccitate e la non eccellente scelta della distribuzione dei tempi per singola scena.

I quattro attori se la cavano, anche se va dato più merito a Cordier nella scelta che non ai singoli nella performance.

Somewhere – di Sofia Coppola

Eccola la prima vera star della 67ma Mostra del Cinema di Venezia. Icona di stile a prescindere, Sofia Coppola è glamour, se la tira e dunque she’s cool. Non parlo solo del suo look griffato Loius Vuitton, ma anche dei suoi film. Ancora prima della visione, le sue opere diventano un must con non poco autocompiacimento di certi critici.

Johnny Marco, attore di fama internazionale, trascorre le proprie giornate in una lussuosa ed altrettanto anonima stanza di hotel, tra pasticche, alcool, gemelle di lap dance e soprattutto molta noia. Gira a zonzo per L.A. a bordo di una Ferrari nera obbedendo agli ordini della sua agente. Un giorno si presenta alla porta della sua stanza d’albergo Cleo, la figlia undicenne avuta da una relazione fallita, che per assenza della madre deve trascorrere un po’ di tempo con il sempre super impegnato papà. Da qui la svolta.

C’è voglia di redenzione o più semplicemente di normalità tra gli indigeni delle professioni del cinema. I film degli anni ’90 ci mostravano vite esternamente ineccepibili, eroi del pubblico, che nascondevano desideri intimamente inconfessabili; oggi al contrario si esaudiscono e sovraespongono tutti i “bisogni” legati a sesso, alcool e droga, ma ci si sentirebbe più appagati da una passeggiata col cane. Sarà la crisi? Non quella economica, ma quella etica, dove le bussole delle direzioni da prendere sono dettate dallo sfizio di giornata più che dalle proprie convinzioni. Ciò che ammiro in Sofia, a parte il gusto estetico, è il suo coraggio. Esser figlia di Francis non le ha da solo spianato la strada. I figli di papà nel cinema lavorano, ma non per forza diventano registi di successo, anzi i critici non vedono l’ora di poter affondare la penna contro le seconde generazioni, sfoderando una serie di luoghi comuni, purtroppo spesso suffragati dalla realtà. Il coraggio di Sofia sta nel permettersi di essere una regista indipendente fino in fondo e mostrarci le storie che le interessano nei modi e tempi che le interessano. Questo film vuole essere semplice e documentaristico e come tale giustifica certi indugi troppo lunghi in alcune scene.

E’ una fiction solo per permettere alla Coppola di inserire alcune trovate originali e spiritose. In almeno tre momenti del film Sofia ci strappa un sorriso pieno. Tuttavia s

Somewhere

i indaga la vita di un attore nel suo dietro le quinte senza approfondirne troppo i sentimenti e le riflessioni intime. La macchina da presa si limita a registrare situazioni di una vita fatta di appuntamenti non decisi e di grandissima solitudine. Lo sguardo di Sofia è, per questa ragione, quasi compassionevole e poco critico, ispirata dalla propria vita di figlia di regista famoso. Per il pubblico italiano sarà motivo di interesse in più vedere la sequenza di premiazione dei Telegatti con Simona Ventura presentatrice e Valeria Marini valletta ballerina. Lo sguardo lucido di Sofia sulla nostra TV e di riflesso su di noi è impietoso, anche se lei smentisce.

Il finale è abbastanza inconsistente, troppo facile e aggiunge colpe ad un film che manca di qualche revisione di sceneggiatura in più. Le originalità di Sofia comunque restano.

Notte Italiana, 1987

Notte Italiana, 1987

Uno degli eventi per festeggiare i 25 anni della Settimana della Critica al Festival di Venezia è stata la proiezione di Notte Italiana, film d’esordio di Carlo Mazzacurati (1987) e una delle prime pellicole come produttore di Nanni Moretti con la sua Sacher Film.

Un giovane avvocato di Roma deve recarsi nel Polesine per conto di un suo cliente. Deve valutare alcuni terreni ed occuparsi della burocrazia locale. Incontrerà un luogo inaspettato, un territorio magico, ma aspro nel clima e nel carattere degli abitanti. Costretto una situazione che lo condanna ad esser solo per il tempo del suo lavoro, trova Daria, una bella ragazza madre che lo farà innamorare. Tutto cambia aspetto e colore, ma la sua nuova sete di conoscenza si scontrerà con un mondo fatto di corruzione ed opportunismo.

Notte Italiana è stata una visione bella, godibile, adiuvata dall’ottimo lavoro di restauro della pellicola. Il giovane Mazzacurati mostra da subito alcuni tratti salienti di quello che sarà il suo percorso registico: il racconto dei luoghi, in questo caso il Polesine che ha poi riproposto anche nel recente La Giusta distanza; i personaggi unici che vi abitano e che seppur caratteristici non sono mai macchiette (da ricordare un Bobo Citran zingaro ed un Vasco Mirandola metallaro). Lo stile garbato. Il film non sente del tempo se non nel ritmo un po’ lento per noi che corriamo con 3 cellulari ed altre amenità frega tempo.
Vale la pena vedere questa storia di relazioni e scoperte, oltre che per le splendide immagini del delta del Po, per una recitazione intensa.
Marco Messeri si rivela una scelta perfetta per il ruolo di avvocato fin troppo onesto ed ingenuo. La sua onestà sarà la giustificazione per il raggiungimento del climax del film. Vale la pena far notare che si era all’alba degli scricchiolii della prima Repubblica, ancora lontani da Tangentopoli.
Mazzacurati ha detto testualmente “Ho un rapporto strano ed a volte doloroso con questo film. Un esordio è qualcosa di grande di cui ti rendi veramente conto molti anni dopo. Dopo aver realizzato undici film vengo ancora fermato da qualcuno che mi dice -bello, ma non come Notte Italiana- ”.