
Cineteca di Bologna, sede del festival
Lo scorso weekend è stato tutto bolognese: da venerdì a domenica ci siamo infatti goduti l’interessante festival Visioni Italiane.
La giornata di venerdì è iniziata con una macroconferenza dal titolo Fiction/Documentario: la frontiera del reale che ha visto come ospiti Stefano Mordini, Davide Ferrario e Giuseppe Gagliardi. I tre registi hanno dimostrato come le categorie di fiction e documentario in realtà siano del tutto aleatorie, in quanto esiste una sola grande categoria: il cinema. Attraverso la visione di clip estrapolate dai loro lavori cinematografici e documentaristici, e mediante il confronto col pubblico, attivo e pieno di domande, gli autori hanno dimostrato come tecniche e punti di vista si possano incrociare e perdersi all’interno di un’opera, a tal punto che risulta quasi impossibile iscriverla in un genere soltanto.
Gagliardi ha portato un frammento di Tatanka, film di finzione tratto da un racconto di Saviano. La realtà, romanzata e modificata da cinque sceneggiatori, viene esposta con uno stile documentaristico adatto a dipingere il mondo della boxe che in Campania ancora salva molti giovani dalle strade, dalla camorra e dallo spaccio di droga (vai al trailer del film). Ha poi mostrato una clip tratta dal documentario La vera leggenda di Tony Vilar, storia del calabrese Antonio Ragusa emigrato in America e diventato un famoso cantante, scomparso però all’apice del successo. Il regista vola nel nuovo continente sulle tracce di Vilar, intervistando quelli che l’hanno conosciuto. Lo stile del documentario richiama i grandi film del cinema italo-americano, le strade sono quelle del Bronx e della Little Italy dei grandi lungometraggi sulla mafia ma le storie presentate sono vere: Gagliardi ci ha raccontato infatti che alcuni degli intervistati hanno fatto una brutta fine negli anni successivi (uno di questi, ad esempio, è stato freddato con otto colpi di pistola). Il regista ci ha inoltre riferito di come queste persone lo conducessero orgogliose a vedere i posti dove erano state girate le scene dei più celebri film sulla mafia, il che lo ha portato a riflettere su come si sia instaurato un cortocircuito per cui il cinema si sia spesso ispirato a quella fetta di italiani all’estero, ma viceversa gli italiani stessi abbiano a volte plasmato il loro modo di vivere sulle storie raccontate nelle sale cinematografiche.
Dopo Gagliardi è stato il turno di Ferrario, il cui appassionato intervento ha spaziato dalla definizione del suo concetto di cinema indipendente (“Per me indipendenza significa avere la libertà di scegliere che fare, senza lasciarsi condizionare dalle mode, dalle richieste dei produttori, o da altri fattori”) all’esposizione, attraverso la visione di clip tratte da Guardami, Lontano da Roma e La strada di Levi, della sua idea di cinema in generale e del ruolo che riveste la sceneggiatura nelle sue opere. Quando Guardami uscì nelle sale, spiega Ferrario, destò scalpore perchè molto esplicito. Il regista, amante dei corpi più che delle parole, prende come pretesto il racconto di un corpo che gode e che muore per introdurre una considerazione su come il cinema sia un mondo in cui i generi si fondono, un prisma le cui mille facce riflettono le altrettante forme della realtà. Il buon cinema però non pretende di avere la verità in tasca, essa è infatti inattingibile. “Il cinema” afferma Ferrario “ti sta addosso come una pelle, ma non indica la strada da seguire e non dà risposte definitive. Il cinema è la sacra puttana: apre le porte del carcere come quelle del convento”. Per la sua preferenza nel concentrarsi sull’espressività dei corpi, l’autore è poco incline ad essere fedele alla sceneggiatura che per lui è un canovaccio con indicazioni sommarie, non certo un testo da rispettare puntualmente. La sceneggiatura di Dopo Mezzanotte (vai al trailer), uno dei suoi film di maggior successo, consisteva in una manciata di pagine scritte più per il direttore di produzione che per gli attori.
Ultimo ma non ultimo Mordini, che si aggancia a Ferrario dichiarando quanto ne sia stato influenzato e convenendo con lui riguardo alle considerazioni a proposito de La strada di Levi: Ferrario raccontava infatti di come quel documentario sia anche la storia della relazione instauratasi tra lui e le persone riprese. Per Mordini vale la stessa regola: nel mostrarci qualche minuto de Il confine, documentario sulle comunità islamiche milanesi, dichiara che un bravo documentarista dev’essere in grado di creare una sorta di legame coi soggetti della narrazione, in modo tale che questi possano aprirsi sempre di più affidandosi all’autore e alla sua capacità di raccontare fedelmente la loro storia. Questo legame diviene spesso così forte da generare un sentimento nostalgico del regista nei confronti dell’esperienza vissuta durante le riprese con i protagonisti della sua opera. Mordini concorda con Ferrario anche su un altro punto: il cinema e la verità. Ciò che rende speciale un regista è il filtro del suo sguardo sulla realtà: il passaggio da “uomo con la telecamera” ad “autore” sta nella consapevolezza del proprio istinto e nella potenza dello sguardo con cui osserva (e propone al pubblico) la realtà.
Nel dibattito finale i tre registi lamentano il dramma delle produzioni contemporanee, che concedono poco allo sguardo dell’autore facendosi fagocitare dal totalitarismo dettato dai format, responsabili della perdita dell’indipendenza. Purtroppo l’Italia è un passo indietro rispetto alle televisioni pubbliche europee, le quali hanno uno spazio dedicato al documentario d’autore. Nemmeno la moltiplicazione dei canali ha permesso una maggiore visibilità a questo tipo di produzione. Anche le sale dovrebbero promuovere maggiormente i documentari attirando il pubblico mediante la creazione di eventi che spingano l’individuo a voler condividere la visione: data la facilità di reperimento delle opere oggigiorno, questa potrebbe essere una soluzione per salvare dei prodotti che spesso sarebbe bene raggiungessero chiunque.

S. Mordini - D. Ferrario - G. Gagliardi