ARGO, regia di Ben Affleck

Un ragazzotto di Boston sorride con garbo all’affabile intervistatore al Santa Barbara film festival e la sua compostezza serena è lo specchio del momento personale che sta attraversando. Ben Affleck, come dice il suo amico Matt Damon, è sulle montagne russe da almeno quindici anni, da quando venticinquenni vinsero l’oscar per la sceneggiatura di Will Hunting. Poi tra alti e bassi, ha raggiunto il fondo con il peggior momento per un attore famoso e strapagato, ovvero quando con la tua immagine si vendono più riviste scandalistiche dei biglietti in sala.
Oggi Ben ha 40 anni ed è già stato dietro la macchina da presa con tre film di altissimo livello: Gone Baby Gone, The Town e Argo.
Sette nominations agli Oscar, saranno solo un caso, magari figlie del sistema che Ben Affleck conosce benissimo o c’è dell’altro?
Come sintentizzano alcuni critici americani, Affleck regista ha due qualità essenziali: grande capacità e buon gusto.
La prima, come dice lui stesso, è frutto del lavoro. “C’è chi nasce dotato, talentuoso, come gli atleti che si allenano poco e ottengono da subito grandi risultati, e chi deve sgobbare, lavorare sodo ogni giorno. So che devo lavorare duramente, durissimamente perché é la mia unica risorsa”.
Il gusto Ben lo ha sempre avuto nello scegliere i migliori collaboratori possibili per i propri progetti. Non è un caso che i suoi due montatori, Dylan Tichenor e William Goldenberg, siano entrambi in nomination per Argo e per Zero Dark Thirty.

Rodrigo Prieto alla fotografia e Clooney che crede nel progetto e lo coproduce.
Fare un film sugli anni 70, su una storia non particolarmente avvincente (praticamente non muore nessuno) dove non ci sono nemmeno rivelazioni sconvolgenti rispetto alla versione originale declassificata della CIA, risulta un progetto davvero complesso sulla carta.

Affleck riesce nell’impresa utilizzando un sistema tanto semplice, quanto infallibile. Ci racconta questa storia con l’essenzialità che richiede soffermandosi sui due particolari più importanti in questo caso: la ricostruzione dell’ambiente(dalle scenografie ai costumi) e la psicologia dei protagonisti. Affleck è un attore, non eccezionale, ma un attore convincente in certi ruoli e di consumata esperienza. Per un attore è importante sentire la presenza del regista, affrontare un percorso e avere magari l’occasione di sgobbare prima delle riprese. Non tutti gli attori accettano con convinzione le stravaganze dei registi, ma in questo caso, con qualche remora, hanno accettato di passare del tempo, prima di stare sul set, tutti insieme chiusi in uno spazio stretto, vestiti con gli abiti di scena. Anzi, Affleck ha preteso che nelle settimane precedenti le riprese, i suoi attori avessero in dotazione esclusivamente il guardaroba di scena per immergersi in quegli anni. L’alchimia ha funzionato.
In Argo il mix tra l’ironica comicità della proposta surreale e la drammaticità degli eventi, creano il cocktail equilibrato che rende questa storia molto godibile. Chi avrà visto anche i precedenti film di Affleck, noterà due caratteristiche che in Argo raggiungono un nuovo apice. Si tratta da un lato della performance del cast, credibile, mai sbavato nelle esagerazioni e capace ciascuno di rendere unico il proprio personaggio, pur negli stretti paletti della realtà storica. Dall’altro risulta ormai sempre più evidente l’abilità di Ben Affleck, coadiuvato in questo caso da William Goldenberg, di raccontare con sapienza e con stile i momenti drammatici attraverso un montaggio serrato, ma sempre consapevole. La notte degli Oscar è appena cominciata…

P.S. Qui c’è l’intera intervista a Ben Affleck.

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Making of Argo

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